Non sarà un inverno freddo

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PEREPEPÈ 

                          PEPEREPÈ

“Peperepè, peperepè”. Dal locale provenivano note soffuse di tromba. 

Già dai primi anni settanta c’era un negozio molto particolare in via Abbeveratoia, di fronte all’Ospedale Maggiore. Esso rappresentava un ritrovo assai importante per i cultori della pesca e della caccia. Potevi trovare ogni tipo di canne da pesca, dalle telescopiche a quelle a fibra di vetro, per arrivare a quelle leggerissime e piuttosto costose al carbonio. E poi ancora lenze, ami, galleggianti, piombini e l’esca per eccellenza: sua maestà il “begattino”, come veniva chiamato: che altro non era che una larva di mosca carnaria. Il suo nome più corretto sarebbe bigattino o baco di sego, dal colore biancastro e lungo qualche millimetro. Durante il ciclo precedente alla metamorfosi si nutre di carne in putrefazione. Infatti il profumo all’interno del negozio non assomigliava alla lavanda della Provenza. Poi c’era il reparto caccia dove potevi trovarci carabine, cartucce, fucili da caccia, pallottole e così via. A gestire tutto ciò era il mitico Pini, un rubicondo signore vicino ai settanta, grassoccio e completamente calvo. L’attempato signore era un vero personaggio all’interno del quartiere. Era un ex carabiniere allontanato dall’arma anni prima, e le voci che si rincorrevano per le vie, dicevano che le cause di questo evento furono il frutto delle sue intemperanze. Tutto il quartiere e anche oltre, si riforniva da lui per comprare petardi e fuochi d’artificio, e ciò avveniva anche tra i minorenni, nonostante anche a quel tempo vigesse il divieto di venderli alle creature. E fin qui nulla di strano, se non per il fatto che Pini non possedeva la licenza per poter vendere determinati articoli. Che strano benemerito… Era un esercizio di pubblico servizio. Infatti i parenti dei degenti e le persone che uscivano dall’ospedale Maggiore, utilizzavano quel luogo per chiamare col telefono a gettoni, quelli color bronzo con la scanalatura nel mezzo. Mi ricordo che il valore del gettone telefonico corrispondeva a cinquanta lire in quegli anni e noi ragazzini con una moneta ci compravamo un “bif”. Non c’erano mica i cellulari negli anni settanta! Per noi i cellulari erano i furgoni pieni di caramba o di pula che utilizzavano per fare le retate, o per presidiare alle manifestazioni dove i miei genitori mi portavano, quelle dove sventolavano tante bandiere rosse. Questa però è un’altra storia, ma Pini invece esisteva eccome! Era un’entità ben definita. Quando ci si imbatteva in giornate in cui era particolarmente ispirato, lo potevi sentire soffiare delicatamente dentro a una tromba: “Peperepè, peperepè”, e poi con la stessa flemma con cui aveva estratto lo strumento, lo riponeva nella custodia con all’interno una stoffa di raso rosso che foderava quell’involucro magico. Era sempre imperturbabile, e con il medesimo distacco poteva raccontare barzellette o arrabbiarsi come un bufalo. Potremmo definirla una calma olimpica. Ricordo in particolare un pomeriggio d’estate, l’afa, il caldo e l’umidità che appiccicava la maglietta alla pelle, come se prima di infilarmela mi fossi cosparso tutto il torso di miele. L’asfalto vibrava di calore davanti al negozio e io vi entrai assieme a Stefano, mio grande amico. Lui più grande di me di sei anni oltre che ottimo pescatore, ma quando basta un cenno per capirsi, l’età si azzera. “Peperepè, peperepè”. Pini era appoggiato al bancone, alle prese con delle lenze ingarbugliate. Quando si concentrava su un oggetto, gli occhiali gli scendevano sul nasone a patata e sulla sua punta minacciava una goccia di sudore che, traballante, era indecisa sul da farsi. Questa immagine era un’autentica poesia. Guardandolo, la mia mente mi suggeriva le strofe de “La gosà”, di Renzo Pezzani. Di fronte a lui teneva acceso un grosso ventilatore nel vano tentativo di smuovere quell’aria insopportabilmente bollente e immobile. Quando entravi da Pini dovevi conoscere il dialetto, altrimenti te ne potevi uscire all’istante, sarebbe stato tempo perso se ti fossi rivolto a lui parlando un italiano corretto. Così, col sorriso sulle labbra, Stefano si rivolse a Pini dicendo: ” Pini, cal me daga mil franc ad beghetè par piezer.” 

Ci conosceva da tempo ormai, ma nonostante ciò, ci squadrò dall’alto al basso, staccando per un attimo lo sguardo da quel groviglio di nylon e appoggiando i suoi occhi sui nostri calzoni corti. Non disse nulla e tornò ad occuparsi delle sue faccende. Con il caldo che faceva, la cosa impressionante era vedere che ai piedi tenesse due lunghe”galosce” verde militare, dello stesso colore dell’enorme grembiule che lo copriva fino alle caviglie. Persi lo sguardo imbarazzato dell’attesa a fissare un acquario al mio fianco: era un vaso tondo con la bocca larga e al proprio interno alcuni pesci rossi. Il ventilatore ebbe lo sciagurato merito di assumere la decisione di far propendere quella goccia salata verso il basso. E come una scena vista e rivista alla moviola, scrutai quella lacrima di sudore precipitare svolazzando, ma non cadde nella “fojeda della rezdora”, bensì nell’acquario che aveva attirato la mia attenzione. Guardai Stefano fugacemente e in simbiosi sghignazzammo in silenzio, incurvando le spalle e portandoci le mani alla bocca per coprire le nostre risa. Fu a quel punto che il flemmatico Pini, senza colpo ferire, si girò placidamente su se stesso. Ci scambiammo sguardi compiaciuti per una frazione di secondo, e quando tornammo a seguire le movenze di quel curioso vegliardo, rimanemmo senza parole. Il leggendario Pini, se davanti era fin troppo coperto da ogni indumento, dietro lasciava completamente sguarnite due enormi natiche, proprio come mamma le fece. Il caldo era veramente esagerato!!! Si avviò tranquillamente dalla parte opposta del bancone e piegandosi di schiena per raccogliere due grandi palette di quei “begattini” che si erano cibati di carne putrefatta , li infilò nel sacchetto di tela blu che Stefano gli aveva appoggiato sul tavolo da lavoro. Del profumo di lavanda francese, ancora nessuna traccia. “Peperepè, peperepè”. E fu così che Pini ci mostrò bellamente i suoi imponenti zebedei che ballonzolavano allegramente sotto i nostri nasi meravigliati. Stefano fece un urlo talmente forte che Pini ebbe un sobbalzo prima di riprendere il suo cammino. Mi piegai in due dalle risate e sbadatamente infilai la mano nel famoso acquario dei pesciolini rossi. “Peperepè, peperepè.”

Olimpico! 

Si chiamava così quel singolare punto vendita. Pini, quel personaggio d’altri tempi, finì i suoi giorni nel centro di salute mentale di Monticelli Terme. Oggi al posto dell’Olimpico c’è un bar, ma sono convinto che nessuno mai più rise così forte come facemmo io e Stefano in quel pomeriggio afoso. Quando mi capita di passarci oggi, dopo tanti anni, cerco di isolarmi dai rumori e una volta raggiunto il silenzio interiore, sento ancora il suono di quella tromba: “Peperepè, peperepè”. 

Sualà 

                                               SUALÀ 
Lo vedevi arrivare spesso all’imbrunire nelle sere d’estate. Barcollante, ma non troppo, lo sentivi mentre ridacchiava da solo a considerevole distanza. Non molto alto con le gambe arcuate, indossava pantaloni con il risvolto arrotolato. Era Celso, alcolista democratico, perché sosteneva che il bello non era bere da soli, ma che occorreva condividere questa pratica, perché questo gli riempiva l’anima e non solo. Quando ci scorgeva in lontananza iniziava a gesticolare e a toccarsi il cappello sulla visiera. Quando arrivava al bar dello “Zio”, aveva già ripassato per bene la latteria “Caruso” e il circolo “Concetto Marchesi”. Non ho mai capito come mai chiamassero latteria un luogo dove il latte rispetto al vino, raggiungeva a stento il 3%.

Celso si piazzava al centro del locale facendo roteare le braccia da sembrare un aeroplano, e noi, giovani come l’acqua che correva appena dopo la ferrovia, ci disponevamo di fronte a lui a semicerchio, come fossimo in un anfiteatro greco ad attendere l’inizio dello spettacolo. Il sole scendeva veloce e dal fondo della strada, dopo la sbarra gialla che delimitava la fine della via con la campagna aperta, giungeva un fitto frinire di cicale. Di sovente gli ubriachi, tendono a farsi belli e spacconi nelle loro esternazioni, Celso invece ci raccontava spesso le sue disavventure che lo vedevano sempre perdente. Chissà cosa celava il suo spirito, quali problemi lo affliggevano, ma noi si aveva dieci, undici anni, cosa potevamo mai capire dei suoi disagi. Era un personaggio all’interno del quartiere, di lui dicevano avesse due mani d’oro, che fosse sposato e avesse figli, ma a noi appariva sempre solo e come sua unica compagnia, i fumi dell’alcol e il suo sorriso sornione. 

Attendeva il silenzio assoluto prima di cominciare le sue storie, tanto che noi, avremmo potuto percepire i suoi singhiozzi e i respiri. Gli occhi, veloci come lampi nel cielo prima di un temporale estivo, scorrevano in rassegna i nostri. Si passava l’indice e il pollice sulla visiera e principiava il suo racconto. Ilarità e sottile malinconia si avvicendavano e nonostante Celso possedesse la famosa “lingua di bue”, le sue storie erano lineari e lucide. Qualunque fosse la conclusione del racconto, tra grasse risate o sorrisi tirati, Celso si portava fulmineamente le mani alla cintola e mentre mimava di estrarre due lunghe Colt dal cinturone, ad alta voce declamava il suo grido, che noi trepidamente aspettavamo:” E sualà, Zoni Celso”, con la zeta del cognome che diventava una esse locale. Sualà altro non era che Et voilá, che attraversando le Alpi, assumeva questa trasformazione. 

Tanti anni dopo, presso il cimitero della Villetta, una pletora di parenti era in attesa che disseppellissero il proprio congiunto, dopo quindici anni dalla loro dipartita. Si trattava di trasferire quello che era rimasto dei loro corpi, dalla cassa di legno di un normale campo, ad una piccola urna che sarebbe poi stata posta negli avelli. Ero assieme alle mie cugine. Quel giorno estraevano nonna Livia, la “donna audace dell’Oltretorrente”, quella che aveva sfidato i fascisti. Gli addetti, ad alta voce, pronunciavano il nome del defunto e chiamavano i parenti. Una scena non idilliaca, ma quel passo andava compiuto. Io e le mie due cugine eravamo occupati a custodire gelosamente ciò che aveva rappresentato un grande amore famigliare e a turno stringevamo con affetto quella piccola cassetta di metallo. Ad un tratto uno degli addetti pronunciò: “Zoni Celso”, distrattamente volsi lo sguardo verso quel contenitore di alluminio. Ero scosso perché avere tra le mani il femore e il teschio di chi ti aveva cullato in troppe occasioni, rappresentava un momento intimo e intenso. Trascorsero alcuni attimi e ancora: “Ci sono parenti per Zoni Celso?” 

Silenzio. Lasciai nonna Livia nelle mani di Mara e Marzia, le mie cugine, e mi avvicinai a quell’uomo che cercava parenti assenti. Era in piedi, sopra un piccolo treppiede e mi disse: “Figlio o nipote?” Lo guardai con espressione strana, poi fermai i miei occhi su quel nome riportato sull’urna con un pennarello bianco indelebile. Era maggio ma faceva piuttosto caldo, non c’era un filo d’ombra e mentre l’addetto si tergeva il sudore con un fazzoletto, formulò ancora la stessa domanda: “Scusi, ma lei è un parente stretto?”

Inizialmente balbettai qualcosa, ma non dovevo essere stato troppo convincente dal momento che un po’ spazientito mi ripeté: “Insomma lei chi è, un nipote forse?

Lo fissai con uno sguardo stranito, ma fieramente aggiunsi: “No, non sono un parente, ma lo conoscevo bene e se vuole le dico il suo soprannome”. Allargò le braccia sotto il sole ducale e arrivò a questa conclusione: “Purtroppo se non è un parente non posso proseguire con l’espletamento della pratica.”

Mi girai un attimo verso le mie parenti e poi dissi a quell’uomo: “Certo, capisco bene. Ma si ricordi di trattarlo con cura, era una brava persona, ha fatto sorridere una intera generazione .” Il dipendente comunale mi guardò abbozzando un sorriso. Stavo tornando sui miei passi, quando quel signore aggiunse: “E il suo soprannome qual era?”

Si era creata una situazione strana. Tutti i parenti dei defunti assistevano a questa scena inizialmente con un po’ di imbarazzo, poi con simpatia e affetto. Mi rigirai e alzando la voce pronunciai: “Sualà!”

La gente si guardò interdetta, quasi come lo sguardo del becchino, che dopo un attimo di incertezza, insistette: “Sualà? E che razza di soprannome è?”

Lo guardai divertito e soddisfatto e con aria tronfia, appoggiando le mani sulle spalle di Mara e Marzia, cercai di scandire chiaramente le parole: ” Sualà! Perché per anni ha vissuto all’ombra della torre Eifel, era un grande pasticcere e alla conclusione di ogni sua opera dolciaria, era solito pronunciare questa parola. Per tutti era Sualà.”

Ci allontanammo mentre la gente bisbigliava in sottofondo. Mi voltai lentamente e con grande sorpresa vidi una bimbetta dai lunghi capelli, vestita di rosso, che appoggiava un fiore sulla cassetta metallica. Mi incamminai e portandomi le mani ai fianchi come faceva lui, pensai a Zoni Celso; Sualà! 

Due lampi

  Sono tornato su quei gradini
dove due lampi mi trafissero il cuore.

Dietro di me il tempo correva veloce

mentre vedevo laggiù 

gli anni più verdi.

Lampi veloci e sottili

poi tutto tornó lilla

e come due lampi 

riflessi negli occhi

tornammo alle nostre vite di sempre.

La tua immagine sfuocata

il mio dolore nitidissimo.

Il fiore della sera

 

Con quegli occhi da cerbiatta

la rugiada sulle labbra 

quel sorriso e le sembianze 

che hai dipinto sul mio vetro.

Il mattino era bollente 

alto il sole che picchiava

il tuo passo che frusciando

traversava la mia strada.

Hai raccolto le mie gocce

stese in fondo a questo pozzo

regalando a queste ossa

uno splendido vestito.

Poi una notte ti han rapita

sulla strada della vita

mi hai lasciato solo un fiore 

che risplende all’imbrunire

La linea rossa

  È dietro lei che ti vidi

È oltre quella linea che compari e sparisci

C’era un filare di cedri a scortare il tuo sorriso sicuro

Poi il rosso copri il giorno e la notte non divenne mai nera

Ti immagino ancora tagliare il vento con gli occhi

E dietro la linea ti addormenti la sera e ti svegli al mattino nel tuo lento incedere di una vita che passa